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Il dopoguerra e la ricostruzione

 
 Planimetria del quartiere Ina-Casa sulla via Tiburtina, Roma 1949-1954.

Planimetria del quartiere Ina-Casa sulla via Tiburtina, Roma 1949-1954.

 
 

L’architettura della casa popolare degli anni Cinquanta e Sessanta

Una parziale ricomposizione della polemica che aveva escluso gli oltranzisti del movimento organico dall'esperienza dell'Ina-casa si ha con il quartiere Tiburtino secondo del 1949-1954 (Mario Ridolfi e Ludovico Quaroni) in cui si sperimenta un intervento di concezione assolutamente innovativa, abbinando in uno stesso piano di zona tipologie e destinazioni d'uso differenti, aggregate in forma "organica" ed integrata. Carlo Aymonino (allora collaboratore al progetto) scriverà: «Sin dall'inizio della progettazione del quartiere fu accettata l'idea di superare una composizione di tipo razionalistico […] per ottenere una unità attraverso il sovrapporsi di prospettive sempre varianti, formata da una successione di spazi diversi, collegati da un ritrovato valore della strada. […] Abbandonata ogni idea di ritmo planimetrico, di proporzioni astratte […] senza eliminare, nonostante le apparenze, tutte le conquiste del funzionalismo»5.
Il secondo settennio dell'Ina-casa vede la realizzazione di molti complessi abitativi, ma non necessariamente un progresso dell'attività di ricerca architettonica. Alla spinta organica si sostituisce, anche per ragioni economiche, un formalismo ripetitivo nei materiali e nell'immagine architettonica. Il quartiere Cavedone di Bologna, progettato dal 1955 al 1964 da Federico Gorio (con Marcello Vittorini e altri), si caratterizza per la ripetizione dello stesso tipo edilizio: rinunciando alla ricerca funzionalista della casa in linea e a torre, prova a ripartire dal modello abbandonato con la caduta del Fascismo della corte a fronti compatti, erede dell'urbanistica fischeriana, con la volontà esplicitata dallo stesso progettista di «abbandonare lo spazio instabile dell'edilizia razionalista», per rievocare uno spazio che rimandi a una più riconoscibile forma di città6. La sperimentazione di questi anni tuttavia segue canali molto diversi anche all'interno dello stesso istituto: è da segnalare ad esempio il progetto di Giuseppe Samonà per il quartiere San Giuliano a Mestre (VE), per la progettualità fortemente tesa al sociale: la fase di progettazione nasce dall’esperienza didattica dei corsi di composizione dello Iuav (Istituto universitario di architettura di Venezia), nei quali venivano svolte regolari indagini statistiche sulle abitudini e le aspettative residenziali dei lavoratori dell’area industriale.
 

 
 
 Palazzetto dello sport in costruzione, Roma 1956-1957.

Palazzetto dello sport in costruzione, Roma 1956-1957.

 
 

La ricerca del linguaggio architettonico degli anni Sessanta

È sintomatico il risultato del concorso per i nuovi uffici della Camera dei deputati del 1966-1967 concluso con 18 ex aequo. «Occorre piuttosto determinare – scrive Nicolini ad appena tre anni di distanza – lo stato di acuto disorientamento rilevato dalla qualità stessa dei progetti presentati al concorso […]. In una situazione recente di estesa revisione critica dei presupposti metodologici e teorici di questa cultura che […] presenta tuttavia elementi di originalità in alcune tendenze, sia nei riguardi della comprensione dei propri antecedenti logici, […] sia nei riguardi della problematica specifica dell'architettura nei suoi aspetti tipologici e comunicativi»7.
Ognuno dei progettisti di questa esperienza fondante del pensiero architettonico di quegli anni interpreta il tema dell'architettura nella forma più pura e talvolta più "esasperata" di un linguaggio in cerca di regole compositive: la ricerca di Sacripanti sulla qualità spaziale e sul formalismo si contrappone al rigore post-razionalista di eco kahaniana del gruppo Stass e del Grau; sono contemporaneamente presenti le sperimentazioni lecorbusierane di Giuseppe Samonà e la ricerca post-modernista di Paolo Portoghesi, che Nicolini definisce «forma architettonica al di fuori delle determinazioni tipologiche»8.
Del resto negli stessi anni la forma dell'architettura si stava staccando dai principi compositivi legati al formalismo e al funzionalismo per accettare le nuove regole della scientificità tecnica dell'esecuzione. Primo tra i progettisti che si fa carico del tema realizzativo, costituendosi come impresa oltre che come progettista, è Pier Luigi Nervi, che già nel Palazzetto dello sport di Roma (1956-1957) si pone il problema formale dell'architettura in chiave tecnologica e, con la maturità di un decennio di esperienza, nell'Aula delle udienze pontificie (1963-1971), ne fa il lessico regolatore dell'intera composizione.

 

1 G. Ciucci e F. dal Co, Architettura italiana del Novecento, Milano, Electa, 1990. 
2 AA.VV., «La Casa. Quaderni di architettura e di critica», 1959, 6.
3 Dalla Dichiarazione programmatica dell'atto costitutivo dell'Apao.
G. Accasto, R. Nicolini, V. Fraticelli, L'architettura di Roma capitale: 1870-1970, Roma, Golem, 1971. 
5 C. Aymonino, Storia e cronaca del quartiere Tiburtino, in «Casabella», 1957, 215.
6 La grande ricostruzione: il piano Ina-Casa e l'Italia degli anni Cinquanta, a cura di P. Di Biagi, Roma, Donzelli, 2001.
G. Accasto, R. Nicolini, V. Fraticelli, L'architettura di Roma capitale: 1870-1970, Roma, Golem, 1971.  
G. Accasto, R. Nicolini, V. Fraticelli, L'architettura di Roma capitale: 1870-1970, Roma, Golem, 1971.   

 

 
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